Il Parlamento europeo, riunito in plenaria a Strasburgo, dovrà misurarsi
con un altro argomento dagli effetti dirompenti: la direttiva sul
copyright, proposta nel 2016 dalla Commissione europea con l'ambizione
di creare un «mercato unico digitale» nel Vecchio Continente.
Ma cosa è una direttiva? E il copyright?
La direttiva è un atto giuridico della Unione europea che vincola
gli Stati membri a raggiungere un certo obiettivo, senza stabilire
esattamente come: sta ai singoli paesi recepire l'input nel proprio
ordinamento giuridico, pena una multa per ciascuna violazione commessa.
Il copyright è il diritto d'autore, l'istituto che tutela i frutti della
proprietà intellettuale. In questo caso se ne parla soprattutto per i
suoi risvolti commerciali (licenze, contenuti a pagamento etc.).
E cosa dice di “scandaloso” la direttiva?
A seminare malumore, come abbiamo anticipato, sono le modifiche
apportate dalla Commissione giuridica dell'Europarlamento agli articoli
11 e 13 del testo originario. L'articolo 11 è diventato noto come “link tax”,
anche se non si parla di tassare i collegamenti ipertestuali: la norma
prevede che la pubblicazione dei cosiddetti snippet (i ritagli di
articolo che copia-incollano titolo e prime righe di un articolo,
rimandando poi al link) sia vincolata a una licenza, per gratificare
economicamente il lavoro svolto da altri. L'articolo 13 istituisce
invece il cosiddetto upload filter, un filtro che impedisce agli utenti
di caricare su piattaforme online materiale protetto da diritto
intellettuale.
Chi è a favore? Perché?
Sorvolando sulle divisioni politiche (ce ne occuperemo più avanti),
la direttiva trova il parere favorevole delle imprese che hanno sofferto
di più la “cannibalizzazione” dei propri contenuti online, dagli
editori ai produttori musicali. Il contrasto alla pratica degli snippet
eviterebbe la dispersione di traffico e introiti pubblicitari verso siti
che non pagano gli autori originari dei contenuti copia-incollati sulle
proprie bacheche; un filtro più efficace agli upload proteggerebbe gli
artisti dalla diffusione gratuita delle proprie opere. Solo in Italia
hanno dato parere favorevole soggetti come l'Associazione italiana
editori e la Federazione italiana industria musicale.
Chi è contrario?
Tra i gruppi sfavorevoli ci sono, paradossalmente, due categorie
agli antipodi come i colossi tech (su tutti Google, che si è dato a una
massiccia attività di lobby sugli editori) e gli attivisti per la
libertà di internet. L'avversario è in comune, ma le analogie finiscono
qui. I colossi del Web non vogliono sobbarcarsi ruoli di controllo sui
dati diffusi sulle proprie piattaforme, oltre a conservare i pesanti
flussi di investimenti pubblicitari monetizzati finora. I secondi
vogliono evitare che la circolazione di contenuti sia schiacciata sotto
al peso dei grandi editori (e delle stesse aziende tech), a discapito
della libertà di espressione e di aziende di dimensioni minore.
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