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lunedì 12 ottobre 2026

Cyber-Attacco al Settore Retail: Hacker mettono in Ginocchio 300 Supermercati

​Vi è mai capitato di andare a fare la spesa e trovare le casse automatiche bloccate, i lettori di carte fuori uso o i banchi vuoti per problemi di rifornimento? 
Quello che per molti sembra un semplice “guasto tecnico” è sempre più spesso il risultato di un attacco hacker ben orchestrato.
​Nelle ultime ore, un potente cyber-attacco ha colpito una nota catena della grande distribuzione, mettendo fuori servizio oltre 300 supermercati.
​Vediamo insieme cosa è successo, come agiscono i pirati informatici in questi casi e quali sono le implicazioni per i consumatori e per la sicurezza informatica aziendale.

​1. Cosa è successo?
​L'attacco ha preso di mira la rete infrastrutturale centrale che gestisce i punti vendita. I problemi principali riscontrati sul campo hanno riguardato:
​Blocco dei sistemi POS e delle casse: Impossibilità di elaborare pagamenti elettronici o di registrare le transazioni.
​Interruzione della Supply Chain: Blocco dei software di gestione del magazzino, con conseguenti ritardi nell'approvvigionamento dei prodotti freschi.
​Chiusura temporanea: Molti punti vendita sono stati costretti a chiudere i battenti in via precauzionale per evitare ulteriori violazioni o perdite finanziarie.

​2. Chi c'è dietro e qual è la dinamica dell'attacco?
​Sebbene le indagini siano ancora in corso, le modalità ricordano quelle dei classici attacchi Ransomware.
​In questo tipo di minaccia, i criminali informatici riescono a penetrare nella rete aziendale (spesso tramite e-mail di phishing o vulnerabilità nei server non aggiornati), crittografano i dati critici e chiedono un riscatto (ransom) per fornire la chiave di sblocco. Quando viene colpita la sede centrale, il blocco si propaga a cascata su tutti i nodi periferici, ovvero i singoli punti vendita.
​Il dato preoccupante: Il settore Retail è diventato uno dei bersagli preferiti dagli hacker. Perché? Perché ogni ora di blocco operativo si traduce in centinaia di migliaia di euro di perdite dirette, aumentando la pressione sull'azienda a pagare il riscatto.

​3. Le conseguenze per i consumatori
​Oltre al disagio immediato di non poter fare la spesa o non poter pagare con carta/smartphone, attacchi di questa portata sollevano un'importante questione: i dati personali dei clienti sono al sicuro?
​Se il sistema coinvolge carte fedeltà o app di pagamento integrate, c'è sempre il rischio che gli attaccanti abbiano esfiltrato dati sensibili (nomi, e-mail, numeri di telefono o cronologia degli acquisti). È consigliabile prestare attenzione a eventuali e-mail o SMS sospetti nei giorni successivi.

​4. Cosa insegna questa vicenda alla Cyber Security aziendale?
​Questo evento dimostra ancora una volta che la sicurezza informatica non è un costo, ma un investimento fondamentale. 

Le aziende della GDO (Grande Distribuzione Organizzata) devono adottare strategie rigorose:
​Segmentazione della rete: Isolare i sistemi dei singoli punti vendita in modo che un’infezione centrale non blocchi l'intera catena.

​Backup Offline e Disaster Recovery: Avere piani di ripristino rapidi per ripartire in poche ore senza cedere al ricatto.
​Formazione del personale: La prima linea di difesa rimane sempre la consapevolezza dei dipendenti contro gli attacchi di Phishing e Social Engineering.
​
Conclusione
​Il caso dei 300 supermercati paralizzati ci ricorda che il mondo digitale e quello reale sono ormai indissolubilmente legati. Quando il codice si blocca, si blocca la vita quotidiana.
​Voi cosa ne pensate? 


giovedì 24 settembre 2026

Windows 11 ha una memoria di ferro: ecco come traccia (e blocca) i file che scarichi

​Sapevi che ogni volta che scarichi un file da internet, Windows 11 lascia un'impronta digitale invisibile? Non si tratta di spionaggio, ma di una misura di sicurezza integrata nel sistema operativo chiamata Identifier (Alternate Data Streams), gestita da SmartScreen e dal file system NTFS.
​
Ogni file scaricato viene etichettato con un flag noto come Mark of the Web (MotW). Questo piccolo tag indica a Windows da quale zona di internet (un sito web non sicuro, un'email, una rete pubblica) proviene quel documento o programma.

​A cosa serve questo tracciamento?
​SmartScreen in azione: Quando provi ad aprire un eseguibile (.exe o .msi) scaricato dal web, Windows controlla quel tag e verifica la reputazione del file attraverso i server Microsoft.

​Blocchi di sicurezza: Se il file proviene da una fonte ritenuta pericolosa o sconosciuta, Windows 11 potrebbe impedirti l'apertura con il famoso avviso: "Windows ha protetto il tuo PC".
​Avvisi di Office: Hai mai notato la "Visualizzazione protetta" quando apri un file Word o Excel scaricato da internet? Anche quello è un effetto collaterale del tracciamento del browser.
​
Come rimuovere il blocco da un singolo file
​Se hai scaricato un file di cui ti fidi ciecamente ma Windows si rifiuta di aprirlo o continua a mostrarti avvisi fastidiosi, puoi "ripulirlo" in pochi secondi:
​Fai clic con il tasto destro sul file scaricato e seleziona Proprietà.
​Nella scheda Generale, cerca in basso la sezione Sicurezza.
​Se è presente la spunta su "Il file proviene da un altro computer. Potrebbe essere bloccato per proteggere il computer", seleziona la casella Annulla blocco (o spunta l'equivalente a seconda della build).
​Clicca su Applica e poi su OK.

​Come visualizzare o ripulire i flussi di dati con PowerShell
​Se vuoi spingerti oltre e vedere quali file sul tuo PC hanno ancora il tag di download attivo, puoi usare PowerShell:
​Nota: Puoi visualizzare i flussi di dati alternativi di un file digitando il comando Get-Item -Stream * nomefile all'interno di PowerShell.
​Il tracciamento dei download in Windows 11 è un prezioso scudo contro malware e minacce informatiche, ma è utile sapere come gestirlo quando si ha a che fare con file perfettamente sicuri ma "sospetti" agli occhi del sistema operativo.
​
Conoscevi già questa funzione di Windows o ti è mai capitato di dover sbloccare un file scaricato?

martedì 22 settembre 2026

ChatGPT ti segue anche fuori dalla chat: cosa sta succedendo alla nostra privacy?

​Negli ultimi anni siamo abituati a considerare l'intelligenza artificiale come uno spazio chiuso e protetto: una sorta di diario digitale o consulente virtuale con cui dialogare in modo isolato. Tuttavia, recenti analisi di sicurezza hanno portato alla luce una dinamica che cambia radicalmente le carte in tavola: ChatGPT può "seguirti" anche al di fuori della chat, tracciando i tuoi spostamenti sul web attraverso meccanismi molto simili a quelli già noti dei social network.

​Ma come funziona questo sistema e, soprattutto, quali sono i rischi reali per la privacy degli utenti? Analizziamo il problema nel dettaglio.

​1. Come funziona il tracciamento: la logica dei pixel pubblicitari

​Il nocciolo della questione risiede nell'integrazione di strumenti di tracciamento da parte dei siti partner e delle aziende che acquistano spazi o interagiscono con le piattaforme di IA.

​Il codice OpenAI: Sui siti web che integrano determinati servizi o script legati all'ecosistema OpenAI, viene rilasciato un frammento di codice sul dispositivo dell'utente.

​Il ruolo dei cookie: Questo script sfrutta i cookie (in particolare indirizzati verso domini di gestione come bzr.openai.com) per raccogliere informazioni in tempo reale.

​Dati di navigazione: Vengono registrati dettagli come i prodotti cercati, gli articoli letti e i percorsi di acquisto effettuati su siti terzi, esattamente come accade da anni con i pixel di tracciamento di Meta o Google.

2. Perché l'IA è un terreno più sensibile dei social media

​Il vero elemento di rottura rispetto al passato non è la tecnologia di tracciamento in sé già ampiamente sdoganata nel digital marketing ma il contesto d'uso.
​Conversazioni confidenziali: A differenza di quanto avviene sui social network (dove si pubblicano contenuti filtrati o pensati per essere pubblici), all'interno di una chat conversazionale con un'IA gli utenti tendono a condividere dettagli personali, dubbi lavorativi, problemi di salute o riflessioni intime che non pubblicherebbero mai apertamente.

​Profilazione profonda: Unire la cronologia delle conversazioni (estremamente intima) con i dati di navigazione commerciale raccolti fuori dall'app apre la strada a profili di utenza di una precisione chirurgica e potenzialmente invasiva.

3. Verso una nuova consapevolezza digitale
​Con l'evoluzione dei modelli verso modalità sempre più integrate, agentiche e connesse al web, il confine tra l'applicazione di IA e il browser si sta assottigliando. Se da un lato l'automazione e le funzioni avanzate offrono enormi vantaggi di produttività, dall'altro impongono un livello di attenzione molto più alto nella gestione dei propri dati personali.

Cosa possiamo fare per proteggerci?

1. ​Controllare i consensi: Verificare regolarmente le impostazioni sulla privacy e sui controlli dei dati direttamente all'interno delle dashboard dell'account.
​
2. Utilizzare strumenti di blocco: Impiegare estensioni per il browser capaci di bloccare i cookie di tracciamento terzi e gli script di analisi comportamentale meno trasparenti.

​3. Mantenere la spersonalizzazione: Valutare l'uso di sessioni mirate o modalità di navigazione e chat temporanee quando si affrontano ricerche o argomenti particolarmente sensibili.

​La comodità dell'intelligenza artificiale non deve trasformarsi in un lasciapassare incondizionato alla nostra vita digitale fuori dalla chat. La trasparenza, su questi temi, deve diventare una richiesta non negoziabile per gli utenti.

mercoledì 16 settembre 2026

​Come è avvenuta la truffa: la PEC istituzionale violata

​Il fulcro dell'attacco non risiede in una falla tecnologica di Revolut, bensì nell'uso fraudolento di un canale di comunicazione ritenuto storicamente sicuro e blindato: la Posta Elettronica Certificata (PEC).
​Il vettore del raggiro: I cybercriminali (il gruppo noto come "iamnotavillain") sono riusciti a sfruttare un indirizzo PEC riconducibile a un ente pubblico italiano (in particolare legato al Ministero/Viminale), precedentemente compromesso.
​La richiesta fraudolenta: Sfruttando l'autorevolezza e la formalità dell'indirizzo istituzionale, gli attaccanti hanno inviato una falsa richiesta formale/governativa.
​La risposta: I sistemi e gli operatori di Revolut, caduti in inganno dall'affidabilità apparente della fonte ufficiale, hanno ottemperato alla richiesta trasmettendo i dati richiesti.
​Quali dati sono stati coinvolti?
​L'incidente, sebbene circoscritto nei numeri rispetto a una maxi-breccia globale, tocca informazioni estremamente delicate. I dati finiti nelle mani del gruppo di hacker riguardano circa 680-700 clienti e comprendono:
​Dati anagrafici e di conti correnti.
​Copie di documenti d'identità (passaporti).  
​Informazioni sulle transazioni.
​Inoltre, la vicenda si intreccia con aspetti di sicurezza nazionale ancora più ampi, poiché lo stesso gruppo di hacker avrebbe rivendicato il possesso di un ingente volume di dati (circa 147 GB) riferito ad archivi delle forze dell'ordine, aprendo un fascicolo d'inchiesta da parte della magistratura (con procure e autorità competenti già al lavoro, tra cui l'indagine avviata a Reggio Calabria).  

​Le lezioni per la sicurezza digitale
​Questo episodio lancia un campanello d'allarme cruciale per aziende, banche e istituzioni:
1. ​La vulnerabilità dei canali "certificati": La PEC rappresenta un pilastro della digitalizzazione italiana, ma se una casella istituzionale viene violata a monte, decade il presupposto di assoluta genuinità percepita dai riceventi.
2. ​Procedure di verifica rafforzata: Anche di fronte a comunicazioni provenienti da domini governativi o istituzionali, i protocolli di sicurezza aziendali (KYC e Data Protection) dovrebbero implementare canali di riscontro out-of-band o verifiche incrociate rigorose prima di rilasciare dati personali protetti dal GDPR.
3. ​Il phishing istituzionale: Gli attacchi evolvono dallo "spoofing" amatoriale a tecniche di infiltrazione avanzata che sfruttano le infrastrutture stesse dello Stato per aggirare le difese aziendali.

​Cosa devono fare i clienti Revolut?
​Al momento, Revolut e le autorità stanno contattando direttamente i soggetti interessati dalla perdita di dati per fornire le istruzioni e le tutele del caso. Per gli utenti generali, non è richiesto un cambio massivo di credenziali o di carte d'emergenza, ma resta fondamentale prestare la massima attenzione a eventuali tentativi di phishing mirati che potrebbero sfruttare queste informazioni trafugate per frodi successive.
​
Seguici su computermente per ulteriori aggiornamenti sugli sviluppi di questa inchiesta e sui temi di cybersecurity

mercoledì 9 settembre 2026

Microsoft promette: Windows 11 sarà più veloce? Anche in avvio? Userà meno RAM?

​Negli ultimi anni, una delle critiche più ricorrenti rivolte a Windows 11 ha riguardato l'esoso consumo di risorse e la reattività generale del sistema, soprattutto sui PC meno recenti o su configurazioni hardware di fascia media. A grande richiesta, Microsoft sembra aver invertito la rotta, puntando con decisione sull'ottimizzazione e sulle prestazioni pure.
​Ma le promesse fatte dal colosso di Redmond si tradurranno in miglioramenti reali nell'uso quotidiano? Analizziamo punto per punto cosa cambierà per l'utente finale in termini di velocità, tempi di avvio e consumo di memoria RAM.

​1. Windows 11 sarà davvero più veloce?
​La risposta breve è: sì, l'obiettivo principale dei prossimi aggiornamenti è la fluidità.
​Microsoft sta intervenendo direttamente sul codice di sistema e sulla gestione dei processi in background per ridurre la latenza percepita. Tra le novità tecniche più rilevanti troviamo:
​Ottimizzazione delle animazioni e dell'interfaccia: Molti elementi grafici del Fluent Design sono stati riscritti per sfruttare in modo più efficiente l'accelerazione hardware della GPU, riducendo i micro-scatti durante l'apertura dei menu o il passaggio tra le finestre.
​Gestione intelligente delle priorità: Il kernel di Windows assegna ora risorse di calcolo prioritarie alle applicazioni attive in primo piano, limitando l'impatto di quelle aperte ma inutilizzate.

​2. Tempi di avvio ridotti: accensione più rapida
​Un altro tallone d'achille di molte installazioni di Windows 11 è il tempo necessario dal momento in cui si preme il pulsante di accensione fino alla comparsa del desktop operativo.
​I tecnici Microsoft hanno lavorato a fondo sui driver di terze parti e sui servizi di sistema caricati durante il boot:
​Avvio pulito dei servizi: È stata introdotta una sequenza di caricamento dinamico che posticipa i servizi non essenziali a dopo l'effettivo accesso dell'utente.
​Ibernazione e Avvio Rapido evoluti: Per chi utilizza SSD NVMe ad alte prestazioni, il sistema sfrutta al massimo la velocità di lettura sequenziale per ridurre i secondi morti nella fase di POST e caricamento del kernel. Il risultato stimato è una riduzione del tempo di boot che, a seconda della macchina, può variare dal 10% al 20%.

​3. Quanta RAM userà? Ottimizzazione e alleggerimento
​Il consumo di memoria RAM è storicamente uno dei parametri più osservati dagli utenti. Su computer con 8 GB o 16 GB di RAM, Windows 11 ha spesso mostrato un'impronta di memoria piuttosto pesante già all'avvio.

​Con i nuovi aggiornamenti, Microsoft ha introdotto interventi mirati:
​Compressione della memoria migliorata: Gli algoritmi di gestione della memoria virtuale comprimono in modo più efficiente le pagine di dati inattive, riducendo la necessità di ricorrere al file di paging su disco (specialmente utile sui dispositivi con RAM limitata).
​Gestione dei processi di sistema (come Microsoft Edge e widget): Molti componenti integrati che in passato rimanevano costantemente attivi in background ora vengono sospesi in modo aggressivo o scaricati completamente quando non utilizzati.
​Su macchine di prova, si nota un calo sensibile dell'occupazione di RAM a sistema appena avviato, lasciando più respiro ai software professionali o ai giochi.
​In conclusione: quando vedremo questi miglioramenti?

​Queste ottimizzazioni non arriveranno tutte in un unico grande blocco, ma verranno distribuite gradualmente attraverso i prossimi pacchetti cumulativi e i feature update principali di Windows 11.

​Se Microsoft riuscirà a mantenere fede a tutte le promesse, l'esperienza d'uso diventerà finalmente più vicina alla leggerezza e alla reattività che gli utenti si aspettano da un sistema operativo moderno.

​Voi avete già notato miglioramenti di velocità sul vostro PC o riscontrate ancora rallentamenti? 

martedì 8 settembre 2026

Smartphone sempre scarico? Ecco 10 mosse per allungare la vita alla batteria

Quante volte vi è capitato di guardare la percentuale della batteria nel primo pomeriggio e vederla crollare pericolosamente sotto il 20%? 
È un classico: con l'uso quotidiano, tra notifiche, navigazione e app aperte in background, i nostri telefoni faticano sempre di più ad arrivare a sera. Se a questo aggiungiamo che le moderne batterie al litio hanno una vita media di circa 2 o 3 anni, capire come preservarne l'autonomia diventa fondamentale.
​I colleghi di Geopop hanno stilato un decalogo davvero utile per ottimizzare i consumi e far durare più a lungo ogni singola carica. Vediamo i punti chiave da mettere subito in pratica.

​1. Sfruttate il Wi-Fi (e attenzione al 5G)
​La connessione dati mobile è tra i principali nemici della batteria. Quando siete a casa o in ufficio, preferite sempre il Wi-Fi. Se siete in giro e dovete usare la rete cellulare, considerate che il 5G, pur essendo velocissimo, richiede molta più energia rispetto al collaudato 4G-LTE.

​2. Spegnete l'Always-On Display
​Comodo per avere l'ora e le notifiche sempre sott'occhio, ma mantenere una porzione di schermo costantemente accesa consuma energia preziosa nel corso dell'intera giornata. Disattivatelo se volete recuperare autonomia.

​3. Occhio a schermo e frequenza di aggiornamento
​Lo display è il componente che divora più batteria. Potete intervenire su due fronti: riducendo il tempo di spegnimento automatico e abbassando la frequenza di aggiornamento (passando ad esempio da 120 Hz a 60 Hz nei momenti in cui non vi serve una fluidità estrema).

​4. Sfruttate il tema scuro (se avete uno schermo OLED)
​Se il vostro smartphone monta un display OLED, impostare la modalità scura non è solo una questione estetica: i pixel neri vengono letteralmente spenti dal pannello, azzerando il consumo energetico su quelle porzioni di schermo.

​5. Affidatevi agli strumenti di sistema
​Sia Android che iOS integrano funzioni avanzate di ottimizzazione energetica. Attivate la ricarica intelligente notturna e le modalità di risparmio energetico: il sistema operativo sa gestire i processi in background meglio di qualsiasi app di terze parti.

​6. Attenzione alla temperatura
​Il calore è il peggior nemico chimico delle batterie al litio. Evitate di lasciare lo smartphone sotto il sole diretto, sul cruscotto dell'auto o di metterlo sotto sforzo (magari giocando o ricaricandolo contemporaneamente) se notate che si surriscalda eccessivamente.

​7. Limitate le app energivore
​Giochi con grafica spinta, social network pesanti e software che girano ininterrottamente in background mantengono il processore sotto stress. Monitorate la sezione "Batteria" nelle impostazioni del telefono per scoprire quali app consumano di più e limitatene l'uso.

​8. Gestite la luminosità con furbizia
​Tenere la luminosità dello schermo sempre al massimo è inutile e dispendioso. Regolatela su un livello confortevole per l'ambiente in cui vi trovate o affidatevi alla regolazione automatica, evitando picchi esagerati.

​9. Usare il risparmio energetico prima che sia troppo tardi
​Non aspettate che il telefono si spenga o arrivi al 5%. Attivare la modalità di risparmio energetico quando la percentuale inizia a calare (o sapete che starete molte ore fuori casa) riduce drasticamente le attività superflue.

​10. Spegnete ciò che non usate
​Bluetooth, GPS e Wi-Fi lasciati costantemente attivi quando non servono costringono il modulo radio del telefono a cercare continuamente segnali o periferiche nelle vicinanze. Un piccolo gesto come disattivarli dal pannello rapido fa la differenza.

​E voi? Quali di questi accorgimenti utilizzate ?

lunedì 31 agosto 2026

Allarme WhatsApp: nuova ondata di attacchi “zero-click”. Ecco cosa sono e come difendersi

​Una nuova e insidiosa minaccia informatica sta prendendo di mira gli utenti di WhatsApp, spingendo la Polizia di Stato a lanciare un’allerta ufficiale. Al centro della campagna ci sono i temuti attacchi “zero-click”, una tecnica sofisticata che permette ai cybercriminali di compromettere i dispositivi e prendere il controllo degli account senza che la vittima compia alcuna azione.  

​Niente link ingannevoli da aprire, nessun allegato sospetto da scaricare o codici di verifica da comunicare: l'intrusione sfrutta falle di sicurezza invisibili.  
​
Come funzionano gli attacchi zero-click su WhatsApp
​A differenza del classico phishing, gli attacchi zero-click sfruttano vulnerabilità software (spesso zero-day) presenti nelle versioni non aggiornate dei sistemi operativi — in particolare iOS sui dispositivi Apple — e dell'applicazione di messaggistica stessa.  

​Il codice malefrutto agisce in modo completamente autonomo. All'utente non viene richiesto alcun gesto: l'intrusione avviene silenziosamente in background.  

​Una volta ottenuto l'accesso al profilo WhatsApp, l'obiettivo dei pirati informatici è quasi sempre di natura finanziaria. Sfruttando l'identità della vittima e la fiducia dei suoi contatti, i malviventi inviano messaggi a parenti e amici presenti in rubrica, simulando improvvise situazioni di emergenza e chiedendo l'invio urgente di denaro.  

​Il vademecum della Polizia di Stato per proteggersi
​Poiché l'attacco non richiede azioni da parte dell'utente, la migliore e unica vera difesa efficace è la prevenzione. La Polizia Postale raccomanda di seguire scrupolosamente queste regole fondamentali:  
​
Aggiornare costantemente tutto: Mantenere sempre all'ultima versione disponibile sia il sistema operativo del telefono (iOS o Android) sia l'applicazione di WhatsApp. Le patch di sicurezza rilasciate dai produttori servono proprio a chiudere queste pericolose falle.  

​Blindare l'account: Attivare immediatamente la verifica in due passaggi su WhatsApp (un PIN personale richiesto periodicamente o in fase di registrazione) e proteggere l'accesso fisico al telefono con un codice sicuro, Touch ID o Face ID.  

​Limitare il download automatico: Disattivare nelle impostazioni dell'app il salvataggio automatico dei file multimediali nella galleria, riducendo i vettori di rischio.  
​Verificare sempre le richieste di denaro: Se si riceve un messaggio da un familiare o un amico che chiede somme in denaro o bonifici urgenti, non procedere mai prima di aver verificato la voce di persona o tramite una normale chiamata telefonica su un canale alternativo. Spesso chi è sotto attacco non sa nemmeno di aver perso il profilo.  

​Cosa fare se l'account è già stato compromesso?
​
Se ci si accorge di essere rimasti vittima della truffa e di aver perso il controllo del proprio account, il fattore tempo è cruciale:
​
1. Avvisare la rete di contatti: Contatta subito amici e parenti tramite SMS, telefonate o altri social network per metterli in guardia dai messaggi truffaldini inviati a tuo nome.  

​2. Avviare il recupero: Segui la procedura ufficiale di WhatsApp per rientrare in possesso del profilo (effettuando nuovamente il login con il tuo numero e inserendo il codice di verifica via SMS).  

3. ​Segnalare l'accaduto: Denuncia la situazione alla Polizia Postale, rivolgendoti agli uffici territoriali o tramite il portale del Commissariato di P.S. online.