Se vogliamo si tratta di un’evoluzione di Ready Boost nato con Windows Vista, che doveva utilizzare chiavette USB particolarmente veloci allo stesso scopo. Per citare un esempio più recente, si può parlare dei fusion drive che Apple utilizza ancora su qualche iMac e che combina dischi SSD a dischi meccanici in un unico volume, lasciando al sistema operativo la scelta di dove posizionare file e applicazioni.
Nel caso del fusion drive, però, si tratta di qualcosa di gestito dal sistema operativo. In questo caso invece il sistema operativo è totalmente ignaro di quello che succede a livello di disco. A gestire tutto c’è infatti il software di gestione Optane insieme al supporto del chipset della motherboard e del firmware.
Intel Optane Memory - che non è da confondere con Optane SSD, la linea di dischi SSD di Intel - è supportata solo da alcuni chipset. Molti di più rispetto alla prima versione, tanto che non è difficile trovare motherboard ampiamente sotto i 100€ in grado di supportare Intel Optane.
I requisiti per poter impiegare Intel Optane sono un processore Intel Core di 7ma generazione o più recente cui vanno aggiunti:
- Intel Chipset serie 200 o più potente/recente
- UEFI BIOS compatibile con Optane Memory (basta verificare sul sito del produttore della propria scheda madre)
- Windows 10 x64.
- Intel Rapid Storage Technology driver versione 15.5 o successiva
- Intel Optane Memory può accelerare soltanto dischi SATA
- Per accelerare dischi SATA secondari bisogna avere un processore Intel Core di 8va generazione e un chipset Intel serie 300, oltre alla versione di Intel Rapid Storage Technology 16.0.2 o successiva. La partizione dovrà essere inoltre di tipo GPT.
Senza voler utilizzare le comparazioni con moltiplicatore 2x o 3x, basta confrontare il tempo di boot e di apertura di un’applicazione particolarmente pesante per rendersene conto.
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