Basterebbe costringere Big G a rendere pubblico l’index, la mappa del web di superficie. Parola di Robert Epstein.
Ebbene, dice Epstein, quel “mammooth and ever growing database” va condiviso. È in quel passaggio, che lo studioso affianca non senza qualche perplessità, va detto, alle infrastrutture di rete vitali come le reti elettriche, telefoniche o idriche negli anni nazionalizzate o costrette alla concorrenza, che si nasconde il segreto per contrastare il monopolio dei titani digitali.
Google controlla il 92% delle ricerche online.
Il più grosso concorrente è il residuale Bing di Microsoft, col 2,5%, seguito dall’1,6% di Yahoo.
Fra l’altro, Bing proprio quest’anno ha compiuto dieci anni. Questo per il mercato desktop – dove alcune altre fonti, a dire il vero, portano Bing un po’ più in alto, specie in certi mercati come quello italiano – e con le dovute differenze per esempio in Cina (con Baidu al 70%) o in Russia (con Yandex Ru intorno al 53% e Google al 43,3%).
Da mobile il dominio di Mountain View è pressoché totale.
Un monopolio incontrastato che per giunta negli anni è costato diversi miliardi di dollari di multe a Big G: 8 dalla sola autorità per la concorrenza dell’Unione Europea dal 2017 sui temi più diversi, dalla stessa ricerca allo shopping online fino alla pubblicità.
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