Il social di Zuckerberg precisa che non si tratta di un rating reputazionale
destinato a distinguere i propri utenti in buoni e cattivi o credibili e
non credibili ma "semplicemente" di un tentativo di contrastare il
fenomeno delle fake news. Ma non tutti sono d'accordo e puntano il dito
sugli effetti collaterali
Facebook avrebbe elaborato e starebbe utilizzando un sistema di rating
- analogo, per intenderci, a quello ormai universalmente utilizzato per
valutare le nostre esperienze con ristoranti, alberghi, fattorini o
autisti - per misurare l'affidabilità degli utenti che le segnalano la
non veridicità di taluni contenuti.
Chi segnala un contenuto come falso
mentre il contenuto risulta poi vero acquisisce un punteggio basso
mentre chi segnala come falso un contenuto effettivamente falso
acquisisce un punteggio alto. E' questa la sintesi di un articolo
pubblicato ieri sul Washington Post.
Facebook, sentita dal quotidiano statunitense di Jeff Bezos, patron di Amazon, si è affrettata a precisare che non si tratterebbe di un rating reputazionale
destinato a distinguere i propri utenti in buoni e cattivi o credibili e
non credibili ma "semplicemente" di uno dei tanti fattori utilizzati
allo scopo di provare a contrastare il fenomeno delle fake news: se la
segnalazione proviene da un utente con un rating di
affidabilità più alto, probabilmente gli arbitri della verità del social
network, la prendono più sul serio rispetto a una segnalazione
proveniente da un utente giudicato poco credibile sulla base di
precedenti segnalazioni.
Ci sono modi
diversi di leggere la notizia.
Si possono scuotere le spalle e ci si
può limitare a prendere atto - come sfortunatamente faranno i più - che
in una società nella quale siamo ormai abituati a dare un feedback a
pressoché qualsiasi esperienza di vita, in fondo, non c'è niente di
male che Facebook attribuisca un punteggio anche ai propri utenti specie
se lo fa al fine di contrastare un fenomeno ormai considerato come la
peste mediatica del secolo.
Si può invece provare a ritagliarsi un
istante in più per riflettere e provare a pensare a quali potrebbero
essere le nefaste conseguenze del rating di affidabilità in
questione.
E, magari, si potrebbe arrivare alla conclusione che pur
trattandosi di una medicina nata per contrastare il male del secolo - o,
almeno, del decennio - è, probabilmente, una cura peggiore del male.
Ci sono molti argomenti a sostegno di questa conclusione.
Tanto per
cominciare il recente scandalo di Cambridge Analytica dovrebbe averci
insegnato - o almeno dovrebbe aver insegnato a Facebook - che non
importa quanto lecito e nobile sia lo scopo per il quale i dati
personali sono raccolti e elaborati perché il loro ammasso espone sempre
e comunque a rischio gli interessati.
E qui il rischio è evidente:
anche ammesso che Facebook si limiti, per l'eternità, a usare il suo rating solo ed esclusivamente per combattere le fake news,
come si fa ad escludere che quei punteggi, quei giudizi, quelle
valutazioni, su miliardi di cittadini del mondo, cadano un giorno nelle
mani sbagliate ovvero nelle mani di chi - soggetto pubblico o privato -
potrebbe utilizzarli per scopi meno nobili e, magari, persino,
interpretare il concetto di affidabilità di un cittadino in maniera
assai più ampia rispetto al contesto nel quale Facebook, allo stato,
dichiara di utilizzarlo?
In fondo che il Governo di Pechino stia
lavorando a un sistema di rating sociale attraverso il quale,
nel 2020, attribuirà un punteggio di affidabilità a tutti i propri
cittadini non è la trama di una serie di fantascienza né una fake news ma una notizia vera, ufficiale e verificata.
Ma non basta.
A prescindere dal rischio di effetti collaterali non
voluti, la soluzione elaborata dal social network di Menlo Park non sta
in piedi anche perché, in una società che abbia l'ambizione di sentirsi
democratica, nessuno - che si tratti di soggetto pubblico o privato -
dovrebbe poter giudicare o valutare una persona senza, almeno,
comunicare a questa la propria valutazione e garantirle il diritto di
contestarla.
E, a quanto pare, allo stato, il punteggio di affidabilità
che Facebook attribuisce ai suoi utenti né viene loro comunicato, né è
in alcun modo contestabile a tacer d'altro perché l'algoritmo di
valutazione non è noto.
Sin qui senza scomodare il diritto vigente giacché il sistema anti-fake news elaborato
da Facebook sembra violare diverse regole e principi del Regolamento
Generale di protezione dei dati personali (GDPR): gli utenti non sono
stati informati di essere oggetto della valutazione in questione e,
soprattutto, la valutazione è realisticamente elaborata in forma
completamente automatica senza che agli utenti sia offerta alcuna
possibilità di richiedere un intervento umano né di contestarla.
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