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mercoledì 24 ottobre 2018

Nativi digitali: analfabetismo che non ti aspetti

I nativi digitali sono analfabeti digitali: lo dicono i numeri, sebbene la percezione sia completamente opposta, ed è importante intervenire subito.

L’etichettanativi digitali” è stata un grande abbaglio.
La bellezza di questa definizione, originaria dei primi anni del nuovo millennio, è nella fotografia in controluce che è stata in grado di offrire di una nuova generazione di ragazzi.
Nella definizione di Marc Prensky (“Digital Natives, Digital Immigrants“) c’è la geniale intuizione del fatto che qualcosa di profondamente nuovo stesse per accadere ed in questa definizione ci si è accovacciati per troppi anni nella convinzione per cui fosse onnicomprensiva e sufficiente per capire un intero fenomeno.
Ma così non è.
Quella fotografia in controluce ci ha descritto il profilo della nuova generazione che stava per sopraggiungere, ma non ce l’ha fatta vedere in volto.
In quella visione sono emersi pertanto grossi preconcetti insiti nella generazione antecedente, che in un bambino che tocca un display ha visto l’improvvisa accelerazione di una generazione che non avrebbe dovuto faticare per comprendere le dinamiche basilari dei dispositivi dell’era odierna.
E di questo problema ne pagheranno le spese soprattutto gli stessinativi digitali”, sedotti dalla tecnologia e abbandonati al proprio destino da genitori e maestri. Non è mai troppo tardi per recuperare, ma occorre muoversi subito, partendo dalle definizioni e dai numeri. Perché presto o tardi i “nativi digitali” saranno classe dirigente.

Nativi e analfabeti

Lo spunto per questo approfondimento giunge dall’interessante spunto di Anna Rita Longo che nel 2017 proponeva per Scientificast “il paradosso della Generazione Google“, quella di ragazzi tanto nativi digitali quanto analfabeti digitali. Una provocazione? Probabilmente si, ma supportata da dati reali.
Numeri alla mano, infatti, è dimostrato come le nuove generazioni vivano oggi il profondo e pericolosissimo paradosso di non avere le necessarie competenze digitali, ma al tempo stesso credere di averle.
E che non si pensi sia tutta colpa dei ragazzi, perché così non è: non solo non sono stati formati a dovere, ma la loro situazione è figlia della superficialità con cui la generazione precedente ha pensato che, in quanto nativi, non avrebbero avuto bisogno di un percorso di formazione e addestramento alle nuove tecnologie.
Paradossalmente chi è nato negli anni ’70-’80, pur penalizzato dall’aver dovuto faticare per imparare su tecnologia in continua e vorticosa evoluzione, si trova oggi meglio posizionato rispetto a quanti, pur nati in un ambiente meno ostile, non hanno avuto un percorso pedagico ed esperienziale tale da poter costruire quel budget basilare di competenze che si dovrebbero poter spendere tanto nella scuola quanto nel mondo del lavoro.
Spiega un report dell’Associazione Italiana per l’Informatica e il Calcolo Automatico (pdf):
I giovani non possiedono di per sé le competenze per l’utilizzo in maniera sicura e efficace delle tecnologie e le competenze acquisite informalmente rischiano di essere incomplete.
L’insufficiente attenzione a far sì che i giovani acquisiscano competenze complete in maniera formale, conduce ad un nuovo divario “digitale”, ossia tra uno “stile di vita digitale” e le competenze digitali richieste dal mondo del lavoro.
La mancanza di conoscenza degli strumenti necessari alla forza lavoro di oggi contribuisce a una nuova generazione di individui che non riesce a realizzare il proprio pieno potenziale come studenti, impiegati, imprenditori o cittadini di tecnologie digitali.
Il 42% degli studenti non sono sufficientemente consapevoli dei rischi di una connessione Wifi, il 40% non protegge l’accesso ai loro telefoni e il 50% mai o raramente controlla le autorizzazioni che le applicazioni richiedono prima dell’installazione“.
A questo sondaggio in ambito universitario si aggiunge uno studio della “Computer International and Information Literacy Study” (ICILS) secondo cui il 17% degli studenti di terza media non raggiunge un livello minimo di competenze digitali e solo il 2% un livello da considerarsi “alto”: “le conclusioni dello studio indicano come sarebbe ingenuo aspettarsi che i giovani acquisiscano le competenze digitali di cui hanno bisogno senza una formale istruzione e formazione“.
Quel che rende più grave il tutto è nella “discrepanza tra l’autovalutazione e la conoscenza reale delle competenze informatiche“: se l’84% dei ragazzi si dichiara convinto di avere una conoscenza “buona” o “molto buona”, le prove pratiche dicono che il 49% ha ottenuto un risultato pari a “male” o “molto male”.
E questo è un gap che si evidenzia particolarmente accentuato nella fascia 15-29 anni.


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