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mercoledì 29 agosto 2018

Criptomonete: quanta elettricità consumano?

Quanta elettricità serve per minare le principali criptovalute?
Complessivamente, quanto i consumi di un paese come l'Olanda, con stime in crescita.

Se le criptovalute sono una moneta dematerializzata, di cosa sono fatte le valute virtuali?
La risposta può essere soltanto una: di elettricità.
Se le criptovalute sono un insieme di protocolli utili per validare il passaggio certificato di unità di informazione, all’interno delle quali è conservato un valore intrinseco, l’elettricità è ciò che consente alle macchine di tenere in vita il servizio di creazione, validazione e transazione delle informazioni stesse. Per produrre Bitcoin e simili, insomma, serve elettricità.
Molta elettricità.
Moltissima elettricità.

Quanta elettricità serve?

Il blog “Great wall of numbers” ha cercato di quantificare con metodi necessariamente approssimativi (ma comunque utili a trovare la giusta dimensione – per comprendere il fenomeno) il consumo di elettricità necessario per tenere in vita le principali criptovalute sul mercato.
Il metodo prescelto è per definizione conservativo, utile a dare una stima in difetto del consumo di elettricità necessario per minare moneta virtuale. Il risultato non tiene quindi conto delle onerose attività di raffreddamento dei server, non considera altri consumi correlati alle attività di mining, non misura le inefficienze esistenti e altro ancora: il calcolo, insomma, cerca in modo secco quale possa essere il consumo netto dell’attività di mining.
Nel caso dei Bitcoin, ad esempio, si parte dal network hashrate di 50 exahash al secondo, si prende a riferimento l’hardware più diffuso per l’attività di mining e si arriva ad una quantificazione pari a poco più di 50 miliardi di kWh annui.
Il solo Bitcoin, insomma, consuma tanta elettricità quanta ne consumano paesi quali Algeria o Grecia nella stessa unità di tempo.
Ulteriori stime con metodi differenti (pdf) raggiungono una dimensione similare, ipotizzando consumi per i Bitcoin tra i 3 e gli 8 GW, con “modelli economici che suggeriscono che il consumo gravita più probabilmente attorno a quest’ultima ipotesi”.

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