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giovedì 3 maggio 2018

Per il Fisco il bitcoin vale come una valuta estera

La risposta fornita dall’Agenzia delle Entrate sul tema criptovalute ha il pregio di fornire la posizione dell’amministrazione finanziaria su un tema operativo nuovo, in vista dell’imminente stagione dichiarativa. Allo stesso tempo, restano ancora aree grigie che il documento non chiarisce.
L’Agenzia precisa che la detenzione di valute virtuali va monitorata nel quadro RW, sul presupposto, mutuato dalla risoluzione n. 72/E/2016, che le stesse siano assimilabili sotto il profilo fiscale a valute estere.

Ebbene se sembra corretto il percorso logico (le valute estere ai sensi della circolare n. 38/E/2013 sono attività finanziarie estere e dunque vanno monitorate se detenute al di fuori del circuito degli intermediari residenti), cosi come sembra equo il punto di arrivo (il quadro RW ha finalità di monitoraggio, anche in ottica antiriciclaggio, di investimenti patrimoniali e finanziari suscettibili di generare reddito imponibile in Italia), qualche perplessità continua a destare il punto di partenza.

L’equiparazione a valute estere, infatti, mal si concilia con l’inquadramento delle critpovalute che si sta delineando in altri contesti giuridici: si pensi alla recente risoluzione legislativa che ha modificato la Direttiva antiriciclaggio, ma anche – rimanendo sul piano fiscale - alle problematiche dei soggetti Ires che iscrivono criptovalute in bilancio, per i quali non si può prescindere della qualificazione contabile.

Sotto altra prospettiva, l’equiparazione a valuta estera proposta dall’Agenzia rappresenta forse il tentativo di trovare una soluzione (in attesa di un inquadramento più organico) che medi tra le possibili funzioni - a metà tra l’investimento finanziario e il mezzo di pagamento - che questi nuovi “valori digitali” possono rivestire per gli investitori che agiscono al di fuori del regime di impresa (soggetti Irpef).

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