giovedì 2 aprile 2009

«La Cina sguinzaglia hacker in 103 Paesi»

Operazione Rete Fantasma, infiltrati 1.300 «computer eccellenti». Spiato anche il Dalai Lama. Ma Pechino nega



Paolo Salom

GhostNet è al lavoro da due anni. In silenzio, senza destare il minimo sospetto, la «rete fantasma » si è infiltrata in 1.300 computer di 103 differenti Paesi, rovistando tra documenti top secret e password di uffici governativi, ambasciate, archivi.
Nel mirino anche le sedi dell'organizzazione in esilio del Dalai Lama a Dharamsala (India), Bruxelles, Londra e New York. Un lavoro da hacker, i «pirati» di Internet. Un vero e proprio assalto che secondo alcuni ricercatori dell'Università di Toronto - che sono riusciti a smascherare la rete - avrebbe origine nella Repubblica popolare.

Ronald J. Deibert, Greg Walton, Nart Villeneuve e Rafal A. Rohozinski del Munk Center for International Studies, secondo il New York Times, non hanno potuto confermare il coinvolgimento diretto del governo di Pechino. Ma altri esperti, Shishir Nagaraja e Ross Anderson dell'Università di Cambridge, sono stati meno diplomatici: «La responsabilità» di questa azione «è della Cina». Secca la reazione: «Sono vecchie storie e vecchie sciocchezze - ha detto il portavoce del console cinese a New York, Gao Wenqi -. Il nostro governo è contrario e proibisce severamente i crimini informatici». Fbi e Cia, informati dell'esistenza di GhostNet, non hanno commentato. Certo appare molto inquietante il fatto che la rete sarebbe ancora attiva. I computer attaccati erano soprattutto in Paesi asiatici, ma è stato monitorato anche, per mezza giornata, un pc della Nato e uno dell'ambasciata indiana a Washington. Secondo i ricercatori l'operazione GhostNet è l'attacco hacker più vasto mai realizzato: le spie elettroniche continuerebbero a infiltrare una decina di nuovi computer a settimana. Particolare ancor più raggelante: gli hacker non solo hanno curiosato negli anfratti di desktop e cartelle segrete.

Abilissimi, sono stati in grado di accendere a distanza le telecamerine inserite nei pc per «osservare» ambienti riservati (e magari agenti del controspionaggio) al di là dell'oceano. Scenario da fantascienza? Forse. Ma la Cina è in grado di trasformare in realtà sceneggiature adatte forse a film della serie Mission Impossible. Un'idea gli americani l'avevano già avuta nella primavera del 2001, dopo la collisione sopra l'isola di Hainan tra un aereo spia Usa e un caccia cinese. Nei giorni seguenti, centinaia di hacker della Repubblica popolare misero a dura prova le difese informatiche di banche e istituzioni americane. Un attacco che il governo di Pechino «non aveva né voluto né provocato». Forse. Ma in Cina, dove Internet è monitorata 24 su 24, pochi dubitano sulla spontaneità dell'azione di pirati informatici. Tanto più che l'esercito dispone di una divisione per la «guerra elettronica» tanto segreta quanto abile. Nel 2007, un altro attacco agli Usa aveva evidenziato un piano minaccioso: gli hacker avevano l'intenzione di impadronirsi dei sistemi di un bombardiere americano. Uno scenario da Dottor Stranamore.