venerdì 22 giugno 2007

Utenti p2p nel mirino delle major. Consumatori vanno al contrattacco

Alla casa discografica tedesca che ha inviato lettere ad alcuni italiani,
chiedendo un risarcimento di 330 dollari, si è aggiunta un'azienda di videogiochi.

GLI UTENTI peer to peer italiani sono sulle spine: sentono il fiato sul collo delle aziende detentrici di diritto d'autore, che in questi giorni stanno estendendo le indagini a caccia di pirati. Nel frattempo, però, si potenzia anche l'altro fronte della battaglia: le associazioni dei consumatori hanno scelto di schierarsi al fianco degli utenti in questo frangente. E non solo a parole. "La settimana prossima sporgeremo un maxireclamo al Garante della privacy", annuncia a Repubblica.it Marco Pierani, responsabile relazioni esterne istituzionali per Altroconsumo. "Chiediamo inoltre a tutti gli utenti coinvolti di contattarci all'indirizzo peppermint@altroconsumo.it. Forniremo gratuitamente loro un avvocato che li patrocinerà davanti al Garante".

Le associazioni cercano di contrastare un fenomeno che vedono allargarsi a macchia d'olio. Dopo il primo caso che ha coinvolto l'azienda discografica Peppermint e 3.600 utenti di Telecom Italia, sono emerse altre vicende analoghe. Peppermint ha ottenuto, allo stesso modo, dal tribunale di Roma altre tre ordinanze favorevoli. Se ne aggiunge una quarta, ottenuta però da un'altra azienda: la tedesca Cdv Software Entertainment, che produce videogiochi, a quanto pare condivisi da alcuni utenti italiani su reti peer to peer.

"I provider coinvolti, a quanto ci risulta, oltre a Telecom sono Wind e Tiscali", dice Pierani. Il sistema usato è sempre lo stesso: le aziende utilizzano un software di Logistep per pescare, da reti peer to peer, gli indirizzi Ip relativi ad alcuni condivisori. Tramite questi dati ottengono dai provider, tramite ordinanza del giudice, le identità degli utenti. Nel caso di Wind, a quanto comunica Adiconsum, c'è stato invece il 18 giugno un accordo extragiudiziale con Peppermint.

Altri procedimenti simili sono in corso: di certo c'è quello dell'azienda polacca di videogame Techland; ma molto ancora attende di emergere, perché la lista dei clienti di Logistep è nutrito: ci sono Zuxxez, Moses Pelham/3p-Label, Eidos, 10Tacle of Studios, Techland, Electronics kind, Battlefront. com. Già, anche Eidos, creatrice della serie di Tomb Raider. Adesso che accadrà? La situazione è complessa.

Peppermint ha inviato lettere agli utenti coinvolti, a cui ha chiesto un rimborso (pari a 330 euro), minacciando altrimenti una denuncia (che per questo reato in Italia può portare a sanzioni penali). Pare però che finora l'abbia fatto solo per quella prima tornata di utenti Telecom.

Peppermint e Cdv hanno il fucile carico, con i dati ottenuti, ma ancora non hanno premuto il grilletto. È evidente che aspettano si chiarisca la questione sotto il profilo della privacy: quelle lettere hanno sollevato molte polemiche. Lo stesso Garante della Privacy ha promesso di costituirsi in giudizio, d'ora in avanti, per questi procedimenti e ha avviato circa due settimane fa una istruttoria, per capire se c'è stata violazione della privacy degli utenti durante le indagini fatte con il software Logistep. Adiconsum le definisce vere e proprie "intercettazioni", che violano la privacy e quindi intende costituirsi in giudizio d'ora in poi al Tribunale di Roma, nei procedimenti con cui si cercherà di ottenere dai provider i dati degli utenti monitorati con software Logistep.

Il bandolo della matassa è insomma nelle mani del Garante della privacy e molti attendono che si pronunci; a riguardo, i giuristi italiani sono divisi in due fazioni (come si apprende da forum dedicati all'argomento, in internet) perché è una materia nuovissima, dove è ancora incerto il confine tra il diritto dell'utente alla privacy e il diritto dell'azienda a investigare per difendere i propri interessi.

A frenare l'invio di altre lettere di minaccia, da parte delle aziende, c'è poi un'altra questione: in Italia (a differenza del resto d'Europa) questo è un reato che le autorità perseguono d'ufficio; gli utenti che pagano il rimborso richiesto, quindi, rischiano comunque di essere denunciati e di finire in tribunale. Senza bisogno di querela di parte. Stando le attuali norme italiane, insomma, lettere di conciliazione come quelle inviate da Peppermint sembrano non avere fondamento giuridico. "Noi consigliamo di non pagare", dice Pierani.

La situazione potrebbe mutare se le norme cambiassero (e forse è quanto aspettano di vedere le aziende detentrici di diritto d'autore prima di fare partire nuove lettere di rimborso). È una cosa a cui il Parlamento sta ora lavorando, per correggere quella che appare come un'anomalia giuridica italiana, voluta dal precedente Governo (con il noto decreto Urbani). Il 13 giugno, infatti, sono stati approvati alla Camera tre ordini del giorno che impegnano il Governo "ad adottare le opportune iniziative normative volte a modificare la disciplina del diritto d'autore che prevedano, tra l'altro, l'abolizione delle sanzioni penali per la condivisione della conoscenza, in particolare attraverso le reti di telecomunicazione, nonché la liberalizzazione della copia per uso personale di opere di ingegno" e a "procedere a una effettiva liberalizzazione che consenta la riproduzione unicamente per uso personale e senza fini di lucro di brani musicali, libri di testo e altre opere intellettuali similari". È bastato per sollevare le proteste dell'industria.

Federico Motta, presidente dell'Associazione Italiana Editori (AIE) e di Sistema Cultura Italia ha tuonato contro quegli ordini del giorno: "Assistiamo all'ennesimo attacco per indebolire, sconvolgere, anzi il termine giusto è azzerare la normativa a tutela del diritto d'autore". "Altro che condivisione della conoscenza - ha aggiunto. L'intento dichiarato è nella direzione di consentire una assoluta libertà di sfruttare e utilizzare per uso personale le opere dell'ingegno a prescindere da una qualsiasi forma di autorizzazione da parte dei titolari dei diritti e da qualsiasi anche minimo riconoscimento di un compenso".