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mercoledì 23 maggio 2007

Un sito su dieci nasconde dei rischi per il visitatore

Il filtro antiphishing (e non solo) più grande del Web potrebbe essere opera del motore di ricerca più diffuso su tutto il Web: non è un gioco di parole o una boutade qualsiasi, ma un’ipotesi più che fondata su quello che riserva il futuro di Google. E quindi, a ben vedere, di almeno un internauta su due, visto che a dicembre 2006 quasi il 51% delle ricerche sul Web passava per il motore di ricerca made in Mountain View.
Gli indizi sono molteplici, e basta collegarli per avere uno scenario più che plausibile anche se certo non atteso nell’immediatezza. Partiamo da Niels Provos, brillante informatico tedesco alle dipendenze di Google che ha pubblicato un documento molto dettagliato dal titolo “Il fantasma nel browser”, e non certo a titolo personale. Si tratta di un’analisi condotta con le infrastrutture di Google - che quindi pochi, se non nessuno al mondo, possono avvicinare per potenza e versatilità - su quattro milioni e mezzo di pagine Web, che ha formalizzato le conclusioni da tempo sostenute dagli esperti di sicurezza: un buon 10% delle pagine Web visitate conteneva script per installare codice maligno su macchine vulnerabili (cavalli di Troia, spyware e adware vari, per menzionarne qualcuno), e poco meno del 20% contiene codice sospetto o non direttamente identificabile.